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Solstizio d’inverno

È finito l’autunno. Questo del 2007 ha portato molte emozioni. Meno devastanti, invadenti ed intense di quelli precedenti, quelli che mi avevano fatto creare il mito della stagione del cambiamento. Ma ugualmente profonde e, forse, più costruttive.
Le emozioni sono un pianeta interiore. I fatti le aiutano ma, credetemi, le unità di misura degli uni e delle altre sono differenti. Ed è la diversità il termometro della crescita, della creatività del movimento.

Arrivederci al prossimo anno.


D.W.

 

Ego

Giugno 2005, Alassio (Liguria, Italia)

Sono davanti al mare con una cara amica. Entrambe, alla fine dell’esperienza di due anni di ricerca che ci ha fatto conoscere ed unito per questa vita, sappiamo che questo sarebbe un momento bellissimo per farci un tatuaggio. C’è il momento, ma non so che cosa tatuarmi. Guardo il mare mentre il sole ci affoga dentro e penso che devo imparare a prepararmi per vivere appieno gli attimi. Altrimenti, dovrò aspettarne un altro. Forse, quello giusto.

Inizio di dicembre 2005, Tangeri (Marocco)

Non so come ci sono finita in questo divanetto di un ristorante marocchino, a bere tè alla menta con un’australiana che mi ha raggiunto dopo un anno di follie in Sud America. So che ad un certo punto ho deciso di scrivermi qualcosa di definitivo sulla pelle. E, quando l’ho trovato, non ho avuto dubbi: ad ogni contestazione della razionalità, avevo una risposta pronta. L’ho trovato, sarà questo il mio tatuaggio.

20 dicembre 2005, Granada (Spagna)

È notte. Mi alzo dal letto della camerata e mi metto di fronte al water. Vomito, ma l’anima non trema. Perché io so che cosa fare e come lo voglio fare. Sono io che decido.

È pomeriggio. Io e l’australiana mangiamo qualcosa e ascoltiamo un cd. Lei sa come mi sento e mi aiuta con la sua leggerezza. Mi accompagna, è la mia compagna.

È sera. La stanza sembra quella di un ospedale ed è l’asetticità di quel luogo, contrapposto alla sporca confusione delle mie emozioni vie, a farmi fidare. Loro lo fanno tutte le ore e sanno che per chi lo fa è un momento che non si cancellerà.
Mentre l’ago mi incide, sudo e respiro. Il dolore è sopportabile se c’è un senso.
Nell’atrio c’è una cartolina con il Memento Mori scritto in spagnolo. Me prendo una di ricordo e me la infilo in borsa.
Mi sono partorita di nuovo: io sono io e non potrò più dimenticarlo.

È notte. E sono libera di essere me stessa.
Hinc et nunc. Se deciderò di scrivere altre parole su mio corpo, saranno queste. Per ora, è sufficiente che cammini per non dimenticarle.

 

D.W.

Isacco e il nucleare

Qoob ha lanciato un contest per realizzare il video di Isacco Nucleare dei Verdena ed io ed Eeviac lo abbiamo preso al volo.
Parlando di Frankenstein Jr., gli ho raccontato una bozza di racconto dal doppio titolo (Cuori in Barattolo e Formalina) che avevo scritto nell’aprile del 2004: gli piaceva e ci sembrava che l’atmosfera potesse essere quella giusta per quella melodia, quel ritmo e quelle parole.
La questione era: dove troviamo i cuori da mettere il barattolo? Dopo varie consulenze, ci siamo orientati sui cuori di maiale e abbiamo saccheggiato le macellerie della zona. Venti cuori sanguinolenti da lavare, sgocciolare e mettere sotto alcool. A riprova che per tentare di fare arte bisogna sporcarsi le mani.
Emozionalmente è stata una svolta: l’euforia di realizzare un’idea è stupefacente, ha lo stesso sapore della cocaina. E, per un attimo, ho deciso di sospendere la ricerca del giudizio oggettivo perché sono l’entusiasmo e l’amore per la propria soggettività che spingono a superare la pigrizia e le difficoltà pratiche. Toccare la carne con lo stomaco che si volta; alzarsi di domenica mattina alle sette e mezza e far gelare qualcuno senza rimorsi, in camicia da notte in un’alba lunare; passare le serate a ritagliare immagini e infreddolirsi le ossa per comporre un collage che andrà strappato: tutto questo scompare, quando si inizia a vedere i fotogrammi che si incastrano in una forma. E quando c’è pure umanità in sintonia… lì si vola.
Ecco il risultato. Non abbiamo vinto e non siamo stati citati e, quando lo riguarderò tra qualche mese, ci troverò tantissimi difetti. Ma sono felice di avere qualcosa di me, fuori di me, da criticare.

 


 

Nella storia di questo autunno 2007, vorrei che rimanesse una traccia anche di questo: il Buenaventura prende l’Uscita di Emergenza ed io lo seguo.

 

D.W.

I’m from Barcelona

I luoghi sono un po’ come le persone: respirano, ci amano, ci odiano, cambiano. O forse siamo noi a respirarli, amarli e odiarli diversamente perché cambiamo.

Era dalla fine dell’autunno del 2001 (per la precisione, il 17 dicembre) che non tornavo a Barcellona. Ci ero già stata altre due volte prima e quella, la terza, era durata quasi due mesi (per la mia personale cronaca, dal 26 ottobre). Avevo conosciuto una città colorata e godereccia ma un po’ solitaria e ostile per me, straniera. Però mi ero invaghita del suo mare d’inverno, delle Ramblas sempre piene di gente, delle tapas e dei suoi ristoranti; in quel viaggio è nata la mia passione per le passeggiate solitarie e le stazioni delle corriere, ed è rinata la mia voglia di vivere.
Barcellona rappresenta nella mia storia un pezzo importante di cambiamento: una terra di frontiera in cui affrontare la quarantena delle mie delusioni, prima di volare oltre l’oceano.
All’inizio di questo novembre, sono tornata da lei. Ma, appena uscita dall’aeroporto, ho capito che non desiderava le mie malinconie. Voleva farmi sedere in Plaza del Sol a bere una birra nel primo pomeriggio, con la Moleskine sulle ginocchia, e ubriacarmi poi fino all’alba per ricordarmi che oggi posso avere meno paura di me stessa di quanta ne avessi ieri.

Il Barrio gótico e il Raval li ho riscoperti come i quartieri che sceglierei oggi tra i tanti possibili per vagabondare e mescolarmi a chi vi abita. Strade, stradine, calli senza canali, sentieri di città: quando il sole si spegne e si accendono i lampioni, la vita vi serpeggia.
Il commercio non sembra quello della globalizzazione e il divertimento ha il sapore della necessità atavica dell’uomo di condividere emozioni piuttosto che quello di un vestito firmato da sfoggiare nel locale che ora ti rende in e tra due mesi saprà di out.
Centinaia di piccoli negozi si spartiscono i lati delle strade, riuscendo a condurti in un viaggio di colori che prosegue da una vetrina all’altra. C’è ancora la possibilità di distinguersi, proponendo la propria prospettiva sulla moda sintetizzandola in un solo manichino o accatastando candele e lampadine una sopra l’altra nella ricerca di un’unica luce calda che faccia entrare chi la sente. Sui ripiani della città ci sono spezie, ceri, sciarpe, biscotti, cappelli, fiori, collane: quello che conta è il colore.

In una cioccolateria si beve cacao denso nel latte coperto di panna montata; si imbeve con una mano il proprio churro mentre con l’altra ci si accende una sigaretta; si sfoglia un giornale, si spotacchia il tovagliolo, si parla, si cerca la vita.
In un ristorante si sceglie il pesce da un grande bancone attorno al quale la gente non si vergogna a sgomitare, uno attaccato all’altro, mentre si immagina il gusto del tonno fresco scottato sulla piastra o della neonata dorata nell’olio bollente. Ci si cerca un posto e si mangia di gusto; ci si alza per proseguire con la seconda delle tappe della notte, che è appena iniziata.
Nei locali, mano a mano che le ore passano, si cercano con più spontaneità voci e corpi stranieri, nel tentativo di avvicinarsi al diverso anche quando fa paura.

¡Hasta luego, España!

 

D.W.

Never again

“L’unica cosa duratura è la noia. Quella sì che resta. Ma l’amore”,
disse Diego facendo girare gli occhiali che teneva per una stanghetta, “è a intermittenza. E tu lo sai”.
(da “Male d’amore” di Ángeles Mastretta)

 

La natura ribadisce con costanza che gli attimi sono irripetibili e che a rimandare si rischia.

Sono settimane che osservo gli alberi cangianti luccicare nelle giornate terse o raccontare le loro malinconie alla foschia mattutina. Ad ogni impressione di meraviglia che mi attraversava, pensavo ad immortalarli in una fotografia che riuscisse a suggerire come li vedevo io. Ma una volta non avevo la macchina fotografica con me, un’altra non avevo tempo e un’altra ancora non avevo voglia. Mi sono detta di farlo nel weekend ma in uno ho preferito rimanere a letto a riposare e in un altro ero in viaggio in città, dove l’autunno ha sapori diversi.
Oggi, verso mezzogiorno, ha iniziato a soffiare il vento: in poche ore ha spogliato gli alberi. Domani avrò il tempo per fotografare e uscirò con la digitale nello zaino; la voglia me la farò venire. Ma non sarà la stessa fotografia.

Un collega, quasi amico, parlando di questo imprevisto spogliarello, mi ha raccontato un aneddoto del making of de “La congiura degli innocenti” di Hitchcock. Il regista stava girando il film nel Vermont nell’autunno del ’55 quando, dopo alcuni giorni di riprese, arrivò un vento come quello di oggi. Per poter proseguire le riprese mantenendo una certa continuità scenografica fece raccogliere tutte le foglie cadute e spostò il set ad Hollywood, dove le fece riattaccare una ad una su alberi appositamente predisposti.

All’uscita dallo studio per la pausa pranzo, ho trovato sul tergicristalli della mia macchina una foglia rossa. Si era appoggiata lì alla fine della danza impostale dal vento. Sembrava il regalo di un ammiratore segreto, che regala un fiore e poi scappa.

Il pensiero della morte dà la giusta dimensione alle cose della vita.
Non mi stancherò di dirlo, anche se la maggior parte dei miei ascoltatori lo classifica tra i pensieri lugubri, quelli su cui è meglio tacere. Per me, invece, è una riflessione che – se definire allegra sarebbe fuori luogo – è comunque confortante perché mi ricorda come l’espressione di sé, l’arte, l’amore e la verità abbiano la priorità sulla maggior parte delle stronzate che attraversano quotidianamente il mio cervello. Il pensiero della morte mi ricorda di essere me stessa in ogni momento.
Εγω, hic et nunc.

 

D.W.

 

Halloween Party

È la sera di Halloween. Non so come ci siamo arrivati in questo posto: mentre gli altri si passavano la bottiglia e consumavano la strada tra parole e musica, io avevo chiuso gli occhi e mi ero persa, ascoltando il mio respiro appiccicarsi sul finestrino infreddolito. La nostra meta è un albergo – casolare nascosto nelle Madonie e, se è quello che intravedo alla fine dell’enorme parcheggio abbandonato, sembra diverso da quello che mi ero immaginata. Fa freddo, è buio, c’è la nebbia. Io ci sono abituata, loro no; e neppure la Sicilia.
Il motore si spegne, si aprono le portiere, scendiamo e scarichiamo. Quattro zaini, due sacchi a pelo, qualche sporta con bibite, biscotti, cioccolata e Bayles, una cassa d’acqua, la chitarra. Prima di chiudere, mi ricordo il taccuino e la penna che ho lasciato sul sedile. Entriamo nella hall, uno degli altri è lì che ci aspetta. Ci dice di posare le nostre cose nelle camere che ci saranno assegnate e di raggiungerli poi nella 505.

Lì, dove è normale che faccia freddo, c’è qualcuno che cerca del calore. Sono in tre: Dioniso, il suo amico e la fidanzata dell’amico. Niente vino questa sera, solo gin tonic. Uno, poi un altro, mentre al bar sale il volume dei suoni impastati ad inutili discorsi.

Arjuna ed io abbiamo la camera 502, quella di fronte alla 505. L’atmosfera della stanza è fuori luogo, con mobili di montagna e piumoni bianchi; ma non è poi così male. Mi libero della giacca e dello zaino gettandoli sul letto, poi mi chiudo in bagno per rinfrescarmi il viso. Esco, mi metto di fronte alla finestra, non ho voglia di parlare. Fa freddo, è buio, c’è la nebbia; e il vento avvolge il casolare, sibilando. Arjuna dice che mi aspetta di là, quando ne avrò voglia.
Ora non ne ho, voglio prima ambientarmi. Mi infagotto nel poncho di lana e mi infilo nel corridoio.

Lì, continuano a bere. Tre, quattro. Sette, otto sigarette. È quasi ora di spostarsi in discoteca.

Il legno del pavimento scricchiola sotto la moquette sottile delle corsie, e il vento che gira attorno al casolare continua a fischiare. Non c’è nessuno in giro, solo qualche risata che esce dalle porte chiuse delle stanze. Sembra di essere in un film: un po’ genere storiografico, un po’ giallo e un po’ horror.
Sono stufa del mio girovagare, entro nella 505: mi accoglie fumo, musica e calore. Festa!

Lì, sono arrivati a cinque gin tonic. E mezzo. La ragazza è già nel bagno a vomitare, in compagnia di qualche sua amica che le tiene la fronte. Gli altri due sono in pista: si guardano attorno, ballano, si guardano tra di loro. E bevono, ancora.

La festa è finita, io e Arjuna torniamo nella 502. Ci mettiamo a letto. Ognuno dalla sua parte. Lui prova ad avvicinarsi ma io sono così sballata che ho solo voglia di precipitare in quel sonno così profondo nel quale non sei tenuto a scegliere. Mi giro verso il bordo del letto e mi rannicchio, cercando uno spazio solo mio. Dove respirare e lasciarmi andare.

Anche lì la festa è finita: si sale in macchina per tornare a casa. Al volante c’è l’amico, lui si sdraia dietro. Ha voglia di dormire, presto, nel suo letto e avrebbe voluto farlo con qualcuno. Dormire soli non è facile, in notti come questa.

Non riesco a dormire, la desiderata dimensione dell’oblio non arriva. La inseguo, ma ottengo solo un dormiveglia agitato. Nessuna immagine, solo pensieri e paure. E il vento non vuole tacere.

Lì: booaoaooaoum. Scratck, crack.
Qualcosa si è incrinato.
Qualcosa si è rotto.
Someone call the ambulance. There’s gonna be an accident.

Inquietudine notturna. Io, Dionisio, Arjuna. Arjuna, io, Dioniso. Dioniso, Arjuna, io.

Quello che è successo lì non è niente di irreparabile, grazie al cielo.
Ma il botto si è sentito, violento.

E qui il vento continua.

 

D.W.

Intro

L’autunno è la stagione del cambiamento. Io amo l’autunno.

La natura vuole una nuova primavera; sa di non poter evitare l’inverno.
Supera la paura: muore per rinascere. Morte e vita come manifestazioni della stessa sostanza, che è l’esistenza di noi umani e di questo mondo di sensi.
Si lascia andare e crea uno show fatto di colori, odori e sapori cangianti. E di emozioni mutevoli, perché vere.

Giallo, arancione, rosso, marrone. Funghi, zucche, castagne, melagrane. Vino e braci. Cieli incendiati di tramonti, tracce di vendemmia nell’aria. Il ticchettio della pioggia mattutina sulla finestra, il desiderio della lana di un maglione slabbrato dai ricordi, un nuovo disco da ascoltare sotto le coperte ripensando ai propri sogni. Alberi a cui scattare ogni giorno una fotografia diversa, raggi di sole che illuminano le foglie che danzano tra i rami e la terra. Viaggiatori in movimento, incontri perturbanti; sensazioni incrinate, affetti rinnovati. La follia di vivere intensamente anche se si deve morire, proprio perché si deve morire.

Quella per l’autunno è una passione recente, nata quando ho imparato ad accettare gli sconvolgimenti del mio ordine come un regalo inaspettato. A volte è autunno anche a febbraio o a luglio.

Autumn Venus è un blog stagionale, che racconta questa mia passione. È un blog che raccoglie ispirazioni e sentieri di cambiamento, immagini di viaggi dell’anima, visioni del passato e squarci di presente.

Buon cambiamento a tutti.

 

D.W.