È la sera di Halloween. Non so come ci siamo arrivati in questo posto: mentre gli altri si passavano la bottiglia e consumavano la strada tra parole e musica, io avevo chiuso gli occhi e mi ero persa, ascoltando il mio respiro appiccicarsi sul finestrino infreddolito. La nostra meta è un albergo – casolare nascosto nelle Madonie e, se è quello che intravedo alla fine dell’enorme parcheggio abbandonato, sembra diverso da quello che mi ero immaginata. Fa freddo, è buio, c’è la nebbia. Io ci sono abituata, loro no; e neppure la Sicilia.
Il motore si spegne, si aprono le portiere, scendiamo e scarichiamo. Quattro zaini, due sacchi a pelo, qualche sporta con bibite, biscotti, cioccolata e Bayles, una cassa d’acqua, la chitarra. Prima di chiudere, mi ricordo il taccuino e la penna che ho lasciato sul sedile. Entriamo nella hall, uno degli altri è lì che ci aspetta. Ci dice di posare le nostre cose nelle camere che ci saranno assegnate e di raggiungerli poi nella 505.
Lì, dove è normale che faccia freddo, c’è qualcuno che cerca del calore. Sono in tre: Dioniso, il suo amico e la fidanzata dell’amico. Niente vino questa sera, solo gin tonic. Uno, poi un altro, mentre al bar sale il volume dei suoni impastati ad inutili discorsi.
Arjuna ed io abbiamo la camera 502, quella di fronte alla 505. L’atmosfera della stanza è fuori luogo, con mobili di montagna e piumoni bianchi; ma non è poi così male. Mi libero della giacca e dello zaino gettandoli sul letto, poi mi chiudo in bagno per rinfrescarmi il viso. Esco, mi metto di fronte alla finestra, non ho voglia di parlare. Fa freddo, è buio, c’è la nebbia; e il vento avvolge il casolare, sibilando. Arjuna dice che mi aspetta di là, quando ne avrò voglia.
Ora non ne ho, voglio prima ambientarmi. Mi infagotto nel poncho di lana e mi infilo nel corridoio.
Lì, continuano a bere. Tre, quattro. Sette, otto sigarette. È quasi ora di spostarsi in discoteca.
Il legno del pavimento scricchiola sotto la moquette sottile delle corsie, e il vento che gira attorno al casolare continua a fischiare. Non c’è nessuno in giro, solo qualche risata che esce dalle porte chiuse delle stanze. Sembra di essere in un film: un po’ genere storiografico, un po’ giallo e un po’ horror.
Sono stufa del mio girovagare, entro nella 505: mi accoglie fumo, musica e calore. Festa!
Lì, sono arrivati a cinque gin tonic. E mezzo. La ragazza è già nel bagno a vomitare, in compagnia di qualche sua amica che le tiene la fronte. Gli altri due sono in pista: si guardano attorno, ballano, si guardano tra di loro. E bevono, ancora.
La festa è finita, io e Arjuna torniamo nella 502. Ci mettiamo a letto. Ognuno dalla sua parte. Lui prova ad avvicinarsi ma io sono così sballata che ho solo voglia di precipitare in quel sonno così profondo nel quale non sei tenuto a scegliere. Mi giro verso il bordo del letto e mi rannicchio, cercando uno spazio solo mio. Dove respirare e lasciarmi andare.
Anche lì la festa è finita: si sale in macchina per tornare a casa. Al volante c’è l’amico, lui si sdraia dietro. Ha voglia di dormire, presto, nel suo letto e avrebbe voluto farlo con qualcuno. Dormire soli non è facile, in notti come questa.
Non riesco a dormire, la desiderata dimensione dell’oblio non arriva. La inseguo, ma ottengo solo un dormiveglia agitato. Nessuna immagine, solo pensieri e paure. E il vento non vuole tacere.
Lì: booaoaooaoum. Scratck, crack.
Qualcosa si è incrinato.
Qualcosa si è rotto.
Someone call the ambulance. There’s gonna be an accident.
Inquietudine notturna. Io, Dionisio, Arjuna. Arjuna, io, Dioniso. Dioniso, Arjuna, io.
Quello che è successo lì non è niente di irreparabile, grazie al cielo.
Ma il botto si è sentito, violento.
E qui il vento continua.
D.W.