I luoghi sono un po’ come le persone: respirano, ci amano, ci odiano, cambiano. O forse siamo noi a respirarli, amarli e odiarli diversamente perché cambiamo.
Era dalla fine dell’autunno del 2001 (per la precisione, il 17 dicembre) che non tornavo a Barcellona. Ci ero già stata altre due volte prima e quella, la terza, era durata quasi due mesi (per la mia personale cronaca, dal 26 ottobre). Avevo conosciuto una città colorata e godereccia ma un po’ solitaria e ostile per me, straniera. Però mi ero invaghita del suo mare d’inverno, delle Ramblas sempre piene di gente, delle tapas e dei suoi ristoranti; in quel viaggio è nata la mia passione per le passeggiate solitarie e le stazioni delle corriere, ed è rinata la mia voglia di vivere.
Barcellona rappresenta nella mia storia un pezzo importante di cambiamento: una terra di frontiera in cui affrontare la quarantena delle mie delusioni, prima di volare oltre l’oceano.
All’inizio di questo novembre, sono tornata da lei. Ma, appena uscita dall’aeroporto, ho capito che non desiderava le mie malinconie. Voleva farmi sedere in Plaza del Sol a bere una birra nel primo pomeriggio, con la Moleskine sulle ginocchia, e ubriacarmi poi fino all’alba per ricordarmi che oggi posso avere meno paura di me stessa di quanta ne avessi ieri.
Il Barrio gótico e il Raval li ho riscoperti come i quartieri che sceglierei oggi tra i tanti possibili per vagabondare e mescolarmi a chi vi abita. Strade, stradine, calli senza canali, sentieri di città: quando il sole si spegne e si accendono i lampioni, la vita vi serpeggia.
Il commercio non sembra quello della globalizzazione e il divertimento ha il sapore della necessità atavica dell’uomo di condividere emozioni piuttosto che quello di un vestito firmato da sfoggiare nel locale che ora ti rende in e tra due mesi saprà di out.
Centinaia di piccoli negozi si spartiscono i lati delle strade, riuscendo a condurti in un viaggio di colori che prosegue da una vetrina all’altra. C’è ancora la possibilità di distinguersi, proponendo la propria prospettiva sulla moda sintetizzandola in un solo manichino o accatastando candele e lampadine una sopra l’altra nella ricerca di un’unica luce calda che faccia entrare chi la sente. Sui ripiani della città ci sono spezie, ceri, sciarpe, biscotti, cappelli, fiori, collane: quello che conta è il colore.
In una cioccolateria si beve cacao denso nel latte coperto di panna montata; si imbeve con una mano il proprio churro mentre con l’altra ci si accende una sigaretta; si sfoglia un giornale, si spotacchia il tovagliolo, si parla, si cerca la vita.
In un ristorante si sceglie il pesce da un grande bancone attorno al quale la gente non si vergogna a sgomitare, uno attaccato all’altro, mentre si immagina il gusto del tonno fresco scottato sulla piastra o della neonata dorata nell’olio bollente. Ci si cerca un posto e si mangia di gusto; ci si alza per proseguire con la seconda delle tappe della notte, che è appena iniziata.
Nei locali, mano a mano che le ore passano, si cercano con più spontaneità voci e corpi stranieri, nel tentativo di avvicinarsi al diverso anche quando fa paura.
¡Hasta luego, España!
D.W.


