Giugno 2005, Alassio (Liguria, Italia)
Sono davanti al mare con una cara amica. Entrambe, alla fine dell’esperienza di due anni di ricerca che ci ha fatto conoscere ed unito per questa vita, sappiamo che questo sarebbe un momento bellissimo per farci un tatuaggio. C’è il momento, ma non so che cosa tatuarmi. Guardo il mare mentre il sole ci affoga dentro e penso che devo imparare a prepararmi per vivere appieno gli attimi. Altrimenti, dovrò aspettarne un altro. Forse, quello giusto.
Inizio di dicembre 2005, Tangeri (Marocco)
Non so come ci sono finita in questo divanetto di un ristorante marocchino, a bere tè alla menta con un’australiana che mi ha raggiunto dopo un anno di follie in Sud America. So che ad un certo punto ho deciso di scrivermi qualcosa di definitivo sulla pelle. E, quando l’ho trovato, non ho avuto dubbi: ad ogni contestazione della razionalità, avevo una risposta pronta. L’ho trovato, sarà questo il mio tatuaggio.
20 dicembre 2005, Granada (Spagna)
È notte. Mi alzo dal letto della camerata e mi metto di fronte al water. Vomito, ma l’anima non trema. Perché io so che cosa fare e come lo voglio fare. Sono io che decido.
È pomeriggio. Io e l’australiana mangiamo qualcosa e ascoltiamo un cd. Lei sa come mi sento e mi aiuta con la sua leggerezza. Mi accompagna, è la mia compagna.
È sera. La stanza sembra quella di un ospedale ed è l’asetticità di quel luogo, contrapposto alla sporca confusione delle mie emozioni vie, a farmi fidare. Loro lo fanno tutte le ore e sanno che per chi lo fa è un momento che non si cancellerà.
Mentre l’ago mi incide, sudo e respiro. Il dolore è sopportabile se c’è un senso.
Nell’atrio c’è una cartolina con il Memento Mori scritto in spagnolo. Me prendo una di ricordo e me la infilo in borsa.
Mi sono partorita di nuovo: io sono io e non potrò più dimenticarlo.
È notte. E sono libera di essere me stessa.
Hinc et nunc. Se deciderò di scrivere altre parole su mio corpo, saranno queste. Per ora, è sufficiente che cammini per non dimenticarle.
D.W.


